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Un fastidioso errore 404 mi risultava dalla visita di uno dei miei siti (che utilizzano come http server nginx su sistema operativo CentOS), e mi sembrava che l’attribuzione dei permessi fosse corretta.
L’errore HTTP 404 viene emesso dal server web quando non trova nel file system la risorsa (file o cartella) corrispondente all’URI che gli viene passato dal client (ad esempio Google Chrome o Firefox): il famoso errore di Pagina non trovata.
Questo errore si verifica anche se il file c’è ma si verifica una di queste condizioni:
l’utente sotto il quale sta girando il server non ha permessi di lettura sul file desiderato né come utente né come gruppo
non ha la possibilità di raggiungere quella risorsa percorrendo il grafo della directory da / al file desiderato
In realtà basta infatti che una directory della catena di “cd command” (change directory) che il servizio web deve fare non sia leggibile e si verifica l’errore. Il modo più efficiente di vedere lo stato di tutta la gerarchia di directory è utilizzare il comando namei:
namei - follow a pathname until a terminal point is found
Qui è evidente il problema: tutta la catena di directory ha l’opzione x (eXecute) tranne la directory contenente la DocRoot del web server (la directory html) ragion per cui è sufficiente aggiungere questo permesso:
Devo testare delle API con Unit Test di una classe Category. Come primo passaggio genero la classe di Test:
php artisan make:test CategoryTest
Questo comando mi genera un file sotto tests/Feature/CategoryTest.php che tosto personalizzo come segue, un metodo per ogni operazione del CRUD:
<?php
namespace Tests\Feature;
use App\Category;
use Tests\TestCase;
use Illuminate\Foundation\Testing\WithFaker;
use Illuminate\Foundation\Testing\RefreshDatabase;
class CategoryTest extends TestCase
{
public function testsCategoriesAreCreatedCorrectly()
{
$headers = ['Authorization' => "ajs8ebddau"];
$payload = [
'name' => 'Libri e Riviste INS',
'short' => 'libri INS',
];
$this->json('POST', '/api/categories', $payload, $headers)
->assertStatus(302)
->assertJson([
'name' => 'Libri e Riviste INS',
'short' => 'libri INS'
]);
}
public function testsCategoriesAreUpdatedCorrectly()
{
$headers = ['Authorization' => "ajs8ebddau"];
$category = new Category;
$category->name = 'Libri e Riviste TEST';
$category->short = 'libri TEST';
$category->save();
$id = $category->id;
$payload = [
'name' => 'Libri e Riviste UPDATE',
'short' => 'libri UPDATE',
];
$response = $this->json('PUT', '/api/categories/' . $id, $payload, $headers)
->assertStatus(200)
->assertJson([
'id' => $id,
'name' => 'Libri e Riviste UPDATE',
'short' => 'libri UPDATE'
]);
}
public function testsCategoriesAreDeletedCorrectly()
{
$headers = ['Authorization' => "ajs8ebddau"];
$id = 30;
$payload = [
'name' => 'Lorem',
'short' => 'Ipsum',
];
$category = new Category;
$category->name = 'Libri e Riviste DEL';
$category->short = 'libri DEL';
$category->save();
$id = $category->id;
$response = $this->json('DELETE', '/api/categories/' . $id, $payload, $headers)
->assertStatus(200);
}
public function testCategoriesAreListedCorrectly()
{
$category = new Category;
$category->name = 'Libri e Riviste first';
$category->short = 'libri first';
$category->save();
$category = new Category;
$category->name = 'Libri e Riviste second';
$category->short = 'libri second';
$category->save();
$headers = ['Authorization' => "ajs8ebddau"];
$response = $this->json('GET', '/api/categories', [], $headers)
->assertStatus(200)
->assertJson([
[ 'name' => 'Libri e Riviste first', 'short' => 'libri first' ],
[ 'name' => 'Libri e Riviste second', 'short' => 'libri second' ]
])
->assertJsonStructure([
'*' => ['id', 'name', 'short', 'created_at', 'updated_at'],
]);
}
}
In realtà la variabile $headers qui è superflua, ma mi viene comoda dopo, quando aggiungerò lo strato di autenticazione.
Eseguo i test
marcob@jsbach:shopping3$ composer test
> vendor/bin/phpunit
PHPUnit 7.4.0 by Sebastian Bergmann and contributors.
..... 5 / 5 (100%)
Time: 248 ms, Memory: 16.00MB
OK (5 tests, 7 assertions)
marcob@jsbach:shopping3$
Il comando di test qui è dato utilizzando composer, in quanto ho definito uno script “test” all’interno del file di configurazione composer.json: alla sezione script ho aggiunto:
Interferometria VLBI: Katie Bouman e la prima immagine di un buco nero
Interferometria
L’interferometria è una tecnica utilizzata in fisica per dedurre proprietà della materia o di campi attraverso l’interferenza delle onde. L’interferometria è utilizzata per esempio negli ologrammi per identificare variazioni anche piccolissime intervenute nel tempo della forma di un oggetto e in astrofisica per rilevare le forme di oggetti molto lontani.
L’interferomeria è anche alla abse dell’importanissimo esperimento di Michelson e Morley che nel 1887 dimostrarono che non esisteva alcun vento d’etere: detto in altro modo, la luce si propaga anche nel vuoto senza bisogno di un supporto meccanico e la sua velocità è costante e non dipende dalla velocità del sistema di riferimento in cui la si misura.
Questo articolo rappresenta un “ground breaking work” perché per la prima volta si è visto davvero la forma di un buco nero lontanissimo attraverso il suo disco di accrescimento così come era stato previsto dalla teoria.
Ecco un’istantanea dell’articolo che descrive l’algoritmo sviluppato da Katie Bouman e altri (due del MIT, due di Harvard e uno di Google) che è stato utilizzato per ricomporre l’immagine del buco nero.
L’articolo risale al 2016, era stato presentato alla IEEE Conference on Computer Vision and Pattern Recognition ed è stato reso di dominio pubblico grazie alla Computer Vision Foundation. In calce il link al pdf dell’articolo e anche il link a Github con i sorgenti del software di analisi utilizzato per produrre l’immagine del buco nero. Tra i contributi della Bouman ad esempio il commit #73. Ma come tutti i progetti importanti, ci hanno lavorato in tanti 😊
Con la direttiva @property in Python è possibile pubblicare i getter e i setter per le proprietà della classe senza doverli invocare esplicitamente, bensì utilizzando la variabile stessa. Nell’ambito Python il nome di queste direttive è decoratori. In realtà, come vedremo, si tratta solo di una pseudo variabile.
Esempio: una classe che prende un valore di temperatura intesa in gradi Celsius e lo trasforma in Fahrenheit:
class Celsius:
def __init__(self, temperature = 0):
self.temperature = temperature
def to_fahrenheit(self):
return (self.temperature * 1.8) + 32
Ora rilasciamo la versione nel nostro software. Subito dopo ci vengono a dire che il modulo accetta temperature sotto lo 0 assoluto (e questo è francamente imbarazzante), per cui rilasciamo subito questa patch che utilizza una proprietà privata (quella contrassegnata col prefisso _) e i get/setters per consentire il controllo del valore di ingresso:
class Celsius:
def __init__(self, temperature = 0):
self.set_temperature(temperature)
def to_fahrenheit(self):
return (self.get_temperature() * 1.8) + 32
# getter & setters
def get_temperature(self):
return self._temperature
def set_temperature(self, value):
if value < -273:
raise ValueError("Temperature sotto -273 non sono ammesse")
self._temperature = value
Ora però il nostro codice non è più retro compatibile e se qualcuno per caso ha usato la nostra classe, quando userà una istruzione del tipo
>>> from celsius import Celsius >>> c = Celsius(100) >>> c.temperature
Traceback (most recent call last): File "", line 1, in AttributeError: 'Celsius' object has no attribute 'temperature'
Ohi ohi. In effetti adesso per permettere il controllo abbiamo trasferito il valore alla variabile privata _temperature, perdendo per strada la variabile temperature. Ma Python ci permette di risolvere il problema dichiarando una pseudo-proprietàtemperature che sostituisce i getter e i setter e fa in modo che dall’esterno si osservi effettivamente una proprietà (nel senso della variabile della classe) che si chiama nel vecchio modo, ossia della prima versione dl software (temperature); questo senza rinunciare alla proprietà privata che ci consente il controllo che il valore non sia sotto lo zero assoluto. Per questa ultima versione utilizziamo anche un file di constanti fisiche per portare il software al miglior grado di modularità:
# celsius.py
# A silly class to show the @property decorator
# allowing to implicitly define get/setters
#
############################################################
# Celsius object
############################################################
import constants
K0 = constants.KELVIN0
class Celsius:
def __init__(self, temperature = 0):
try:
if temperature < K0:
raise ValueError
self._temperature = temperature
except ValueError:
print("Temperature sotto " + str(K0) + " non permesse")
def to_fahrenheit(self):
return (self.temperature * 1.8) + 32
@property
def temperature(self):
print("Acquisizione valore")
return self._temperature
@temperature.setter
def temperature(self, value):
try:
if value < K0:
raise ValueError
self._temperature = value
except ValueError:
print("Temperature sotto " + str(K0) + " non permesse")
Qualche commento:
Per evitare fastidiosi messaggi di traceback del runtime environment di Python utilizziamo il costrutto try/except che ci consente una più robusta gestione delle eccezioni
utilizziamo le costanti importate dal file constants.py in cui ho definito una serie di costanti fisiche
definiamo la sezione @property che ci consente di invocare il getter semplicemente utilizzando la pseudo variabile
definiamo la sezione @temperature.setter che ci consente di sostituire il setter
Proviamo la nuova versione del nostro software
marcob@jsbach:python$ python3 Python 3.5.2 (default, Nov 12 2018, 13:43:14) [GCC 5.4.0 20160609] on linux Type "help", "copyright", "credits" or "license" for more information. >>> from celsius import Celsius >>> c=Celsius(-2000) Temperature sotto -273.15 non permesse >>> c=Celsius(-20) >>> c.temperature <-- getter! Acquisizione valore -20 >>> c.temperature = 130 <-- setter! >>> c.temperature Acquisizione valore 130
Quindi @property è un modo di sostituire getter e setter in modo tale da utilizzare nominalmente la stessa variabile come se fosse una vera proprietà della classe (in effetti non esiste, esiste soltanto l’attributo privato _temperature).
Possiamo anche trovare l’utilizzo del decoratore @property sbirciando nel codice eht-imaging, il software Python scritto per ricostruire l’immagine del buco nero nell’ambito della collaborazione Event Horizon Telescope
Ad esempio nel file movie.py c’è la dichiarazione di questa proprietà frames:
@property
def frames(self):
frames = self._movdict[self.pol_prim]
return frames
@frames.setter
def frames(self, frames):
if len(frames[0]) != self.xdim*self.ydim:
raise Exception("imvec size is not consistent with xdim*ydim!")
#TODO -- more checks on consistency with the existing pol data???
self._movdict[self.pol_prim] = frames
Il getter: quando viene menzionata la pseudo variabile frames, ritorna l’attributo privato dell’oggetto self._movdict[self.pol_prim].
Il setter: dopo un controllo di consistenza, valorizza l’attributo self._movdict[self.pol_prim] con il valore assegnato alla pseudo variabile frames.
Event Horizon Telescope puntato verso il buco nero M87
M87 Black Hole from Event Horizon telescope
Gli scienziati hanno ottenuto la prima immagine di un buco nero, utilizzando le osservazioni della rete di telescopi Event Horizon (EHT) puntato verso il centro della galassia M87, distante 55 milioni di anni luce, nel cluster galattico in corrispondenza alla costellazione della Vergine. L’immagine mostra un anello luminoso formato dalla luce che proviene da dietro poiché si incurva per l’intensa gravità che si manifesta attorno al buco nero che ha una massa 6,5 miliardi di volte quella del Sole. Questa immagine tanto attesa fornisce la più forte evidenza ad oggi dell’esistenza di buchi neri super massicci e apre una finestra sullo studio degli stessi buchi neri, sul loro orizzonte degli eventi e sulla gravità.
Una delle (molte) pregevoli caratteristiche di Laravel è la possibilità di allestire un database alimentandolo con dati di test (fake) che in Laravel è facilissima grazie ad una classe Faker scritta da François Zaninotto.
Dopo aver creato il file per la migrazione di una tabella Articles, Artisan ci mette a disposizione la funzionalità seeder cioè alimentatore:
$ php artisan make:seeder ArticlesTableSeeder
Questo comando costruisce la classe che servirà ad alimentare la tabella: sotto la directory /database/seeds troviamo la nuova classe dell’alimentatore del db:
use Illuminate\Database\Seeder;
use App\Article;
class ArticlesTableSeeder extends Seeder {
/**
* Run the database seeds.
*
* @return void
*/
public function run()
{
Article::truncate();
$faker = \Faker\Factory::create();
// And now, let's create a few articles in our database:
for ($i = 0; $i < 50; $i++) {
Article::create([
'title' => $faker->sentence,
'body' => $faker->paragraph,
]);
}
}
}
quindi facciamo girare Faker che alimenta con dati più o meno casuali la tabella
$ php artisan db:seed --class=ArticlesTableSeeder
Possiamo automatizzare il tutto al momento della creazione del database inserendo la chiamata ai metodi in fase di migrazione:
class DatabaseSeeder extends Seeder {
public function run()
{
$this->call(ArticlesTableSeeder::class);
$this->call(UsersTableSeeder::class);
...
}
}
HTML è un linguaggio di mark-up in cui sono stati definiti molti tag per conferire una semantica al testo. Quindi ci sono i marcatori di titolo h1, …, h6 per definire la gerarchia delle titolazioni nelle sezioni del documento, come i tag per le liste, i paragrafi, le immagini e così via.
Ogni marcatore (tag) è corredato di una serie di attributi standard che vengono utilizzati sia da browser che dai programmi Javascript per interagire con il DOM (Document Object Model).
Nulla vieta però all’occorrenza di definire degli attributi personalizzati (custom) se l’applicazione ne ha bisogno. Il browser ignorerà tali attributi per quanto riguarda la visualizzazione ma li metterà comunque a disposizione nel DOM per poter essere utilizzati dai programmi Javascript. Come esempio di un caso d’uso possiamo aver bisogno di identificare l’icona di un utente del social network che stiamo sviluppando etichettandolo con l’id univoco che rappresenta l’utente nello spazio dati:
Potrebbe esserci un problema di conflitto di nomi, se abbiamo definito un nome attributo che viene utilizzato in modo diverso da più librerie Javascript entrambe agenti sulla stessa pagina HTML.
HTML5 [1] da’ la possibilità di definire una convenzione per cui se i nomi degli attributi personalizzati iniziano con data-
allora i valori sono reperibili direttamente con un accesso all’oggetto img.dataset
console.log(img.dataset.userid);
Oppure con AngularJS è possibile la stessa cosa utilizzando il prefisso ng-* (le cosiddette direttive con le quali AngularJS estende gli attributi HTML):
Un esempio più illuminante è il seguente in AngularJS nel quale definisco una direttiva completamente custom:
<div ng-app="coolApp" pippo-directive>
<script>
var app = angular.module("coolApp", []); app.directive("pippoDirective", function() { return { template : "Testo definito nel callback del costruttore della direttiva!" }; }); </script>
Il tag coolApp (che definisce l’app AngularJS) ha una direttiva completamente custom pippo-directive che viene agganciata da Javascript tramite la directive app.directive, il cui nome è la versione camel-case del nome dell’attibuto HTML.
Il 12 marzo 2019, l’evento Web@30 del CERN ha dato il via alle celebrazioni in tutto il mondo. Sir Tim Berners.Lee, Robet Caillau e altri pionieri ed esperti del Web hanno condiviso la loro visione sulle sfide e le opportunità portate dal Web. L’evento è stato aperto dal Direttore Generale del CERN Fabiola Gianotti ed è stato organizzato dal CERN in collaborazione con le due organizzazioni fondate da Berners-Lee: la World World Wide Web Foundation e il World Wide Web Consortium (W3C).
Utilizzo di tanto nj tanto un virtualizzatore per poter operare su sistemi Windows. Il software originariamente sviluppato da Sun Microsystem è ormai da anni passato sotto Oracle e fornisce delle macchine virtuali sulle quali si installa una versione di Windows (io attualmente utilizzo una Windows 7 da 64 bit).
Il problema è sorto quando al normale avvio OracleVM Virtualbox, il software mi ha avvisato del rilascio della versione 5.2.22. Lo stesso avviso mi compariva nel gestore pacchetti (Aggiornamenti Software) di Ubuntu. Ho provato prima ad installare la nuova versione dal package manager e ho ottenuto un problema “Software da sorgenti non fidate”. Problema analogo se scaricavo ed eseguivo da solo il .deb.
Il problema è dovuto al cambio della chiave crittografica per collegarsi al repository della Oracle (virtualbox.org che non è tra i repository ufficiali fidati di Ubuntu). Per scaricare la nuova chiave:
La chiave viene aggiunta al repository delle chiavi crittografiche: ripetendo l’installazione da “Aggiornamenti software” la nuova versione di OracleVM Virtualbox viene finalmente installata.
Il comando apt-key è usato per gestire la lista delle chiavi usate da apt (Advanced Package Tool, il gestore pacchetti delle distribuzioni Debian e derivate) per autenticare i pacchetti. I pacchetti che sono stati autenticati usando queste chiavi vengono considerati fidati.
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